Bandi terzo settore: come “non” devono approcciarsi gli enti no profit nei confronti della progettazione europea

Come Project School abbiamo tanti anni di lavoro alle spalle alle prese con bandi del terzo settore ed enti no profit. Sulla base di questa lunga esperienza, pensiamo di aver individuato almeno tre tipologie di approccio sbagliato, o quanto meno rivedibile, nei confronti della progettazione europea. Vediamo quali sono.

Bandi terzo settore: la modalità random

Il primo tipo è costituito dalle organizzazioni che si cimentano nella progettazione europea in modalità random. “Faccio un bando all’anno e vediamo che succede”, oppure “Toh, è uscito un bando che fa per noi. Ci proviamo?”. L’intento è lodevole, ma spesso il risultato è un buco nell’acqua. Non ci si inventa esperti in progettazione europea, soprattutto in ambito sociale.

Bandi terzo settore: competenze troppo generiche

Poi ci sono le organizzazioni che si affidano ai cosiddetti “europrogettisti”. Termine per noi oscuro ma che, probabilmente, indica quei professionisti esperti di progettazione europea, di cui però non si capisce bene l’ambito ricoperto. Sappiamo bene come ormai ci siano bandi quasi su tutto in Europa: dai bandi per associazioni no profit all’industria 4.0, passando per l’inclusione dei rifugiati. E ancora: dai bandi per le biciclette all’occupazione giovanile. Oltre al tema delle competenze degli europrogettisti, affidarsi a meri consulenti esterni lascia anche poco all’organizzazione in termini di trasferimento delle competenze stesse. Il rischio è che a ogni bando si torni al punto di partenza, e che si cerchi un altro consulente se con quello precedente non è andata bene.

Bandi terzo settore: la scarsa consapevolezza

Ci sono poi le organizzazioni meno “colpevoli”, ovvero quelle che non hanno compreso a pieno le opportunità e le potenzialità della progettazione europea. Pur essendo dotate di una solida struttura organizzativa e di buone progettualità, non si sono mai cimentate nella partecipazione a progetti europei per scarsa conoscenza o per paura.

Da questa disamina emerge la necessità di un cambio di paradigma per tante realtà no profit interessate a cimentarsi nella progettazione europea.

Innanzitutto, per lavorare sui bandi europei relativi al terzo settore bisogna partire da un assunto di base: progettare in Europa non è impossibile. Occorrono metodo e costanza. Le basi non sono dissimili dalla progettazione nazionale o locale, ma ci sono dei fattori di cui tenere conto. Dalla progettazione in una lingua diversa all’importanza di avere a fianco i partner giusti. Ma anche regole di rendicontazione e obiettivi diversificati per ogni bando o programma europeo. E questi sono solo alcuni.

Progettare in Europa, inoltre, necessita di tempo: diffidate da chi vi promette facili vittorie. Portare le proprie idee in Europa è un processo di medio-lungo periodo che richiede almeno tre cose:

  • Un ripensamento della propria struttura organizzativa
  • Un affinamento delle competenze del team che lavora sui progetti
  • Un allineamento di tutto l’ente verso l’importanza della progettazione europea.

L’ultimo punto è fondamentale. Quanto più un ente è allineato rispetto al senso della progettazione europea per la propria vision e mission, tanto maggiori saranno le probabilità di successo dei propri progetti nei bandi del terzo settore. E in più si eviterà quella che chiamiamo la “sindrome del progettista solitario”. Ovvero la dinamica che spesso si crea in vari enti (anche grandi) in cui i progettisti lavorano in totale disconnessione con il resto del team. Motivo per cui si trovano costretti a rincorrere i colleghi per avere anche un minimo supporto su questioni che non dovrebbero esclusivamente competere loro. Come ad esempio una buona analisi di contesto, la scrittura di un percorso formativo, ecc.

Infine, l’approccio che propone Project School mira ad accompagnare l’ente e il proprio staff ad essere consapevoli e indipendenti nell’ideazione, scrittura e gestione di progetti. Progetti che devono essere allineati e coerenti con la mission dell’ente stesso e che beneficino delle migliori pratiche e delle competenze dello staff intero.

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